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domenica 11 marzo 2012

La lettera censurata di Donatella Bruni

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Donatella Bruni su 8 marzo e CGIL. Ricordiamo che la compagna Bruni è stata allontanata dalla CGIL e dal suo incarico per "colpa" della sua relazione (sì avete capito bene) con un sindacalista della UIL. 

 Donatella Bruni ci scrive:

Nei giorni in cui le rivoluzioni arabe stavano dominando il web, molti hanno messo in evidenza come senza questo strumento di democrazia sarebbe stato molto più difficile per quei giovani far sapere al resto del mondo ciò che stava succedendo nel loro Paese e quindi sconfiggere la “censura di stato”.
Proprio come è successo nel Nord Africa mi trovo oggi a dover pubblicare su internet quello che la censura di certi giornali asserviti si sono rifiutati di pubblicare.
La stampa calabrese alla vigilia dell’8 marzo ha concentrato gran parte della sua attenzione sulla donna vittima della ‘ndrangheta. E’ notorio che non è solo questo il problema per le donne meridionali e la sottoscritta, che è stata anch’essa “vittima” della condizione femminile in una organizzazione che, a parole, appare come la paladina delle vittime dell’ingiustizia, ritenendo di dover strappare il velo di ipocrisia che copre tutto e che travisa le cose facendole apparire per quello che non sono, aveva deciso di inviare una nota al direttore del quotidiano della calabria. Quel giornale aveva indirizzato il dibattito in quel senso con la campagna “Tre foto e una mimosa”, ma ho scelto quella testata anche perché aveva ospitato, giorni prima, una articolata riflessione di quella stessa organizzazione su cui io puntavo l’indice.
Ebbene quel giornale, per oltre due settimane, ha trovato modo di dare spazio a tutte le riflessioni e le dichiarazioni sul tema e sulla campagna in atto, per la verità tutte meritevoli di quello spazio, ma non ha ritenuto di dare voce alla mia riflessione forse perché andava ad irrompere con troppa irruenza nel mieloso clima che si era voluto creare o forse perché il Direttore del giornale nella giornata dell’8 marzo sarebbe stato ospite all’iniziativa di quella organizzazione, o forse perchè temeva di finire come il giornalista del TG1, querelato per aver osato informare.
Ritenendo invece che ai lettori debba sempre essere data la possibilità di avere una informazione completa, anche se alcune volte può fare male, propongo qui le riflessioni che quel giornale evidentemente ha ritenuto opportuno censurare, chiedendovi di pubblicarle.


Riflessioni sull’8 marzo 2012 censurate dalla stampa:
Per superare l’amarezza che ancora qualche volta mi coglie, avevo deciso di lasciarmi definitivamente alle spalle la triste vicenda che lo scorso anno mi ha vista coinvolta, mio malgrado, in una umiliante storia di ordinaria discriminazione, ma un moto di rabbia ed un irrefrenabile senso di disgusto mi hanno assalita leggendo dalle pagine del vostro quotidiano che la CGIL, la stessa che si è resa protagonista, nei miei confronti, di un atteggiamento da Santa Inquisizione di medievale memoria, riservandomi un sommario processo ed una ancora più sommaria condanna, la stessa che con quella vicenda ha scritto una pagina triste e amara nella cronaca delle conquiste femminili, oggi si erge a paladina delle donne vittime di discriminazione, si interroga sui percorsi a difesa dei loro diritti, ne denuncia la prevaricazione, dice di volerne salvaguardare l’uguaglianza e le pari opportunità, e di voler lottare per l’ emancipazione femminile.
Allora ho preso carta e penna decisa a gridare il mio basta a questa fiera dell’ipocrisia ed anche per dire ciò che per pudore finora avevo riferito solo sommariamente.
Le parole contenute nel programma della CGIL per la giornata della donna, oggi suonano più che mai vuote ed ipocrite alle mie orecchie. Orecchie ferite ed umiliate da espressioni mortificanti profferite da uomini di quell’organizzazione nei miei confronti: “la segretaria la dobbiamo cacciare perché è una p…” oppure “…gli iscritti alla categoria (tutti maschi naturalmente) si vergognano della segretaria perché sta con … e quindi non può più essere autonoma”
Orecchie ancor più umiliate dall’assordante silenzio delle tante donne dell’organizzazione che in quei giorni non hanno neppure avuto il coraggio di incrociare il mio sguardo, ben consapevoli del fatto che si stesse consumando l’ennesima ingiustizia e discriminazione maschilista verso una donna che avevano stimato ed ammirato fino al giorno prima. Soltanto una di loro ha avuto il coraggio di accennare una pseudo giustificazione che la dice lunga sul clima che si respira in quella democratica organizzazione, “… è la cosa più difficile che abbia mai dovuto fare nella mia vita ma ti voterò contro perché ‘tizio’ mi ha detto che devo farlo“.
Molte sono rimaste in silenzio, hanno voltato lo sguardo altrove con quella colpevole indifferenza che Bertold Brecht ci ricorda nella sua memorabile poesia sulle persecuzioni  naziste del secolo scorso, “… un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare”. Ma si sa,  se non stanno “prendendo” te è meglio non esporsi e seguire il gregge. Dov’erano le tante responsabili e le aderenti dei coordinamenti donna o per le pari opportunità di cui pullula quell’organizzazione? Si muovono forse su imput di qualche uomo o solo se la donna da tutelare è abbastanza sponsorizzata e protetta?
Ci sono state poi quelle donne che la mia “messa al rogo” l’hanno compiuta con lucidità perché ciò  avrebbe fatto guadagnare loro una adeguata ricompensa, premio ravvisabile in alcune rapide “promozioni” che sono seguite alla mia sfiducia.
Alcune, poche per la verità, mi sono state vicine e di grande conforto, per fortuna ci sono ovunque donne coraggiose ed  incorruttibili, queste però, come spesso avviene, non avevano ruolo o postazione strategica nella stanza dei bottoni e la loro vicinanza non ha avuto alcun effetto sul risultato finale, comunque, per il loro essersi schierate, hanno dovuto subire la scomunica generale e sicuramente non troveranno grandi agibilità in futuro.
E che dire dell’assoluta indifferenza della segretaria nazionale Vera Lamonica che dal Quotidiano viene indicata quale simbolo dell’impegno civile? Proprio colei che in questa avventura confederale mi aveva chiamata, chiedendomi di impegnarmi a ricostruire la CGIL vibonese e sulla mia perplessità a lasciare un lavoro a cui tenevo tantissimo ha fatto leva, per convincermi, sulla solidarietà femminile. Quando un po’ di solidarietà avrebbe dovuto mostrarla lei nei miei confronti, si è eclissata. Forse non riteneva utile spendersi per chi era così lontana dai suoi ormai alti orizzonti e poi “non intendeva più occuparsi delle squallide faccende calabresi”, anche se queste si stavano rovesciando su una persona che magari non le meritava. Ora ha deciso di scendere “quaggiù in Calabria”,  tra noi comuni mortali a rinfrancare, con la sua presenza, l’universo femminile?
Ma delle donne dell’organizzazione quella che più delle altre è stata per me fonte di delusione è lei, la segretaria generale, Susanna Camusso, prima donna alla guida di un sindacato italiano, qualcosa doveva significare! Beh, nonostante fosse stata messa dettagliatamente a conoscenza di ciò che si stava consumando in questa terra lontana, lei ha lasciato che una vicenda dal sapore fortemente discriminante verso una donna fosse interamente gestita da un uomo, componente della sua segreteria. Il Torquemada della situazione che, ad una precisa domanda, rivoltagli da un noto giornalista calabrese sulla mia “epurazione”, è riuscito solo a balbettare frasi fatte, in sindacal-burocratese, che hanno annichilito chiunque le abbia udite.
Che senso hanno certe considerazioni, contenute nella presentazione dell’iniziativa, di per sé condivisibili, se però le stesse donne che le esprimono consentono che logiche tutte maschili ricaccino in ruoli subalterni o minori la donna anche quando questa dimostra di essere capace di svolgere un incarico primario; logiche che la relegano da protagonista, con pari dignità di ruolo rispetto all’uomo, a spettatrice che fa da contorno al protagonismo maschile. Un po’ di coerenza sarebbe auspicabile! 
Mi chiedo e vi chiedo, queste sono le donne che dovrebbero difendere o tutelare la dignità di altre donne? Di grazia mi sapreste dire come? Con una commemorazione, con la celebrazione di una giornata, con tante belle parole spese in pubblico prima di tornare alla ordinaria e privata indifferenza o complicità maschilista?
Si sostiene che l’intenzione della loro iniziativa del prossimo 8 marzo sia quella di ricordare tre donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi, Lea Garofalo, Maria Concetta Cacciola e Giuseppina Pesce, “vittime di un contesto in cui il rispetto delle regole non trova strada o cittadinanza”.
Ritengo che non si possano onorare solo a parole le battaglie delle donne, ma agendo nei fatti per far si che sempre meno persone debbano subire umiliazioni e ingiustizie solo perché donne.
Allora diventa assurdo, anzi una beffa, che una organizzazione porti agli onori, con tanto di consegna di attestato-premio, un uomo indagato per molestie sessuali, in barba allo statuto “democratico” di queste “democratiche” organizzazioni che evidentemente è intriso di ipocrisia e conformismo, utile solo a lavarsi le coscienze. Ebbene, così non si stanno onorando nè quelle né tante altre donne.
Né serve ricordare che in una società come la nostra “ognuna di noi è Maria Concetta, Lea o Giuseppina, se vive in un contesto in cui il rispetto delle regole non ha spazio o cittadinanza”, bisogna crederci davvero a questa affermazione ed essere pronte a reagire con la solidarietà, la vicinanza, la presa in carico, non voltando lo sguardo altrove o peggio pensando “se l’è cercata lei”. Io so cosa si prova quando ti additano, quando le regole che dovrebbero tutelarti “saltano”, quando sei sola e devi combattere contro chi ti punta l’indice perché non stai al gioco, perché non pieghi la schiena, perche hai l’arroganza di non voler accettare o subire un'ingiustizia. E’ una mentalità tutta meridionale, che non è solo prerogativa degli ambienti malavitosi, quella che mal sopporta chi tiene la schiena dritta, chi si ribella ai soprusi, e così chi denuncia e pretende giustizia diventa il nemico da combattere, l’appestato da tenere lontano, il male da espellere immediatamente prima che infetti con le sue “pretese di giustizia” l’ambiente sano e democratico delle tante teste chine.
Si può uccidere in molti modi una persona: fisicamente, la ‘ndrangheta, se ti ribelli, ti scioglie nell’acido; o psicologicamente, le organizzazioni cosiddette democratiche e progressiste ti creano il vuoto attorno, ti etichettano come non uniformata, come diversa e quindi sbagliata e così uccidono i tuoi ideali, le tue passioni, le cose in cui credevi.
In fondo è proprio vero che in Calabria “per una donna vivere la propria normalità” è molto difficile sia per il contesto criminale che per l’arretratezza culturale delle nostre realtà, ma il dramma è che tutto questo non potrà mai cambiare finché ci si limiterà a proclami ipocriti e di facciata.
Noi donne dovremmo imparare a restare meno indifferenti davanti ai soprusi quotidiani perpetrati verso altre donne, dovremmo portare nel nostro agire quotidiano, a tutti i livelli, la nostra differenza dell’essere donne e quindi conseguentemente non comportarci come gli uomini. Non dovremmo mai essere disponibili a sacrificare la dignità di un’altra donna (e possibilmente nemmeno quella di un altro uomo) per ottenere un tornaconto personale o una carriera più facile, questo modus operandi lasciamolo agli uomini, lo fanno da una vita e sono sicuramente più bravi di noi.
Poi, non dovremmo permettere mai che sia un uomo a condizionare le nostre scelte politiche, le quote di genere sono umilianti per noi donne solo se permettiamo ad un potere maschile di celarsi dietro quella quota.
Solo coloro che sono pronte a questa sfida e non avranno consentito che una donna, una qualsiasi donna, venga sacrificata da logiche maschiliste potranno ergersi a paladine della dignità femminile.
Le altre abbiano il pudore di tacere, anche in memoria delle tante donne coraggiose che nella nostra Calabria hanno combattuto ed ancora combattono contro un male assoluto come la ‘ndrangheta, pagando per questo un prezzo altissimo.
 Donatella Bruni

Ex dipendente Cgil licenziata per malattia scrive alla Camusso

ANDRIA - «Porterò la mia battaglia politica, pubblica e giudiziaria fino in fondo, forte delle ragioni legali, morali e materiali che mi hanno spinto a ribellarmi la prima volta e poi a lasciare il posto di lavoro per non chinare la testa, e anche se ora, a 51 anni, sono disoccupata, combatto la malattia, non ho diritto a pensione o altro trattamento, grazie alla Cgil, posso sempre raccontare ai miei figli gli stessi principi e la stessa storia di vita, valga per me o per altri, posso sempre con orgoglio mostrare la coerenza fra le battaglie per altri lavoratori e per me stessa e soprattutto posso insegnare loro a difendersi, a mantenere la dignità di persone e la loro autonomia di pensiero, a essere liberi, cose che ho imparato nella sinistra quando questa esisteva, e a mie spese quando è scomparsa».

E’ lo stralcio di una lettera inviata da una lavoratrice, ex dipendente della Cgil, alla segretaria generale, Susanna Camusso, lamentando di essere stata costretta a lasciare il suo posto di lavoro, senza riuscire ad ottenere quanto le sarebbe spettato di diritto.

La donna si chiama Anna Maria Dalò, la sua storia divenne nota qualche anno fa perchè venne licenziata dopo aver lavorato per 25 anni nel patronato Inca della Cgil ad Andria. Fu licenziata dal segretario provinciale, Liano Nicolella, nella primavera del 2010: secondo Nicolella, si era assentata ingiustificatamente dal lavoro nei mesi precedenti mentre invece la donna era assente per malattia, un cancro alla tiroide, assenza per la quale il certificato medico era stato regolarmente consegnato. La questione rimbalzò al congresso nazionale della Cgil di Rimini: i vertici disposero che Nicolella si dimettesse e che Dalò fosse reintegrata.

Intanto la dipendente aveva denunciato il sindacato per stalking, mobbing e diffamazione e chiesto di essere trasferita altrove, perchè – afferma – “non potevo tornare a lavorare nello stesso luogo e con le stesse persone che da un giorno all’altro avevano iniziato a non rivolgermi la parola, come se non mi conoscessero, che mi avevano voltato le spalle e colpito nel momento più difficile della mia vita».

«Pochi giorni prima di riprendere servizio, a fine 2010, chiamai – racconta Dalò – il segretario regionale Forte, il quale mi rispose che il sindacato non era sotto processo e che non c'era possibilità di andare a lavorare altrove».

Anna Maria Dalò, nonostante fosse stata reintegrata, si dimette perchè non se la sente di tornare a lavorare nello stesso posto dal quale era stata allontanata. Parte del suo Tfr lo ha ottenuto a colpi di carte bollate, ma la pensione non le spetta e, stando a quanto le ha risposto la Cgil, neppure la somma calcolata quale adeguamento fra mansione svolta e inquadramento contrattuale.

«Ho sempre svolto un lavoro importante, occupandomi – dice – di infortuni, cause di lavoro, questioni delicate, per le quali esiste una categoria e un inquadramento contrattuali ben precisi, invece ho scoperto che da busta paga risultavo essere alla stregua di un portinaio, autista, qualcuno che svolgesse funzioni che non richiedevano alcuna qualifica professionale». Questo però, Anna Maria Dalò, lo ha scoperto solo dopo. «La mia è una battaglia di principio – sottolinea – e fra i miei diritti vi è anche quello di ricevere tutto quanto mi era stato illecitamente negato in tutti i miei anni di servizio a 1.000 euro al mese».

Il sindacato provinciale e regionale le risponde che non le spetta nulla, la storia è chiusa. E’ per questo che l’ex dipendente scrive a Susanna Camusso e le racconta ogni cosa. La risposta inviata dagli avvocati del sindacato è stata che la Cgil nazionale e quelle territoriali sono cose distinte. Argomentando e motivando per legge che così non è, Dalò scrive nuovamente al numero uno di Cgil. «Voglio solo ricordare che un sindacato è un soggetto che svolge una funzione pubblica - spiega Dalò – e che per questo, anche il patronato per cui ho lavorato, percepisce fondi pubblici, utili anche a pagare gli stipendi. I miei stipendi non sono stati quelli giusti, dove finiva quel denaro pubblico? Come potrà, dopo quanto accaduto a me, usare e strumentalizzare l’articolo 18 il padronato? come una clava probabilmente... Così si sta sgretolando tutto quello in cui ho sempre creduto e per cui ho lottato, i principi secondo i quali ho educato i miei figli, ma questa è una battaglia che voglio portare a termine».


Da La Gazzetta del Mezzogiorno del 9 Marzo 2012

venerdì 16 settembre 2011

VINTA LA PRIMA DELLE CAUSE CONTRO LA CGIL:CONDANNATA LA CDL DI RAGUSA

 E' per noi un giorno importantissimo perché questa sentenza dimostra che la giustizia prima o poi arriva...e non è che l'inizio di una lunga serie. Grazie a quanti ci hanno sostenuto e ci sostengono

 

CONDANNATA LA CGIL DI RAGUSA.

pubblicata da Tommaso Fonte il giorno venerdì 16 settembre 2011 alle ore 23.02
AGLI ORGANI DI INFORMAZIONE





 OGGETTO : COMUNICATO STAMPA; CONDANNATA LA CGIL DI RAGUSA


FONTE:UNA SENTENZA IMPORTANTE CHE MI RIDA’ GIUSTIZIA



IN DATA 16.04.2010  LA CGIL DI RAGUSA IN PERSONA DEL SUO LEGALE RAPPRESENTATE  SIG. GIOVANNI AVOLA, MI NOTIFICAVA UN ATTO DI CITAZIONE CON RICHIESTA DI RISARCIMENTO DANNI PER EURO 100.000  PER LE DICHIARAZIONI DA ME RILASCIATE SUCCESSIVAMENTE  ALLA MIA EPURAZIONE DALLA  STESSA CGIL DOPO 27 ANNI DI MILITANZA E DI DIRIGENZA E DOPO ESSERE STATO,IN ULTIMO, IL SEGRETARIO GENERALE USCENTE DELLA STESSA CGIL DI RAGUSA.



IN DATA 6 SETTEMBRE 2011 IL TRIBUNALE DI RAGUSA, GIUDICE DOTT. VINCENZO SAITO HA EMESSO SENTENZA :

                                                                                               P.Q.M.


“DEFINITIVAMENTE PRONUNCIANDO,DISATTESA OGNI ISTANZA CONTRARIA ECCEZIONE E DIFESA,RIGETTA LA DOMANDA IN PREMESSA DELLA CGIL CAMERA DEL LAVORO DI RAGUSA IN PERSONA DEL SUO LEGALE RAPPRESENTANTE NEI CONFRONTI DI FONTE TOMMASO E  LA CONDANNA AL PAGAMENTO,IN FAVORE DI QUEST’ULTIMO,  DI EURO 8.219,25 PER SPESE PROCESSUALI.”


Questa sentenza mette  i primi punti fermi importanti relativamente alla mia vicenda processuale nei confronti della Cgil di Ragusa, in particolare relativamente alla natura ritorsiva dell’azione legale avanzata dalla CGIl,(non da un qualsiasi soggetto privato o privato datore di lavoro) nei miei confronti e nel merito,il contenuto della stessa, mi rida’ giustizia.


Nella sua conclusione infatti ,la sentenza testualmente recita:
“Cio’ che emerge e’ il senso di frustrazione e di sorpresa del Fonte a causa dell’ingratitudine della controparte,indifferente al quasi dimezzamento della retribuzione dell’ex rappresentante:CONDOTTA DI INDUBBIO RILIEVO PUBBLICO IN QUANTO PROVENIENTE DA UN ENTE SINDACALE,E TRA I PIU’ IMPORTANTI”
……..“Se si considera,COME SI DEVE,la categoricita’ della domanda attorea,e’ difficile negare che la stessa e’ scaturita indirettamente dall’azione legale del Fonte,nel senso che proprio l’asserita gravita’ delle sue pubbliche e reiterate affermazioni mal si concilia con l’inerzia dell’attrice,ridestatasi dal proprio torpore successivamente al tentativo di conciliazione promosso dal Fonte.
Che poi una Confederazione sindacale l’abbia eluso,e’ circostanza al limite del paradosso ma conforme alla formulazione orwegliana del canone dell’uguaglianza.Le spese seguono la soccombenza“.



LA CGIL,IL SINDACATO DEI LAVORATORI,CHE MI  HA CITATO IN GIUDIZIO E POI RISULTA SOCCOMBENTE PER LE SUE STESSE AZIONI, E’ UN PARADOSSO POLITICO SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DELLA CGIL;COSI’ COME NON HA PRECEDENTI, NELLA STORIA DEL SINDACATO CHE FU DI DIVITTORIO,UNA SENTENZA DI QUESTA NATURA CHE CONDANNA LA CGIL…ADESSO ASPETTO SERENO E FIDUCIOSO  COME SEMPRE,GLI ALTRI GIUDIZI IN CORSO CIVILI E PENALI.



                                                                                                               RINGRAZIANDO  PER L’OSPITALITA'
                                                                                                                                    CODIALITA’


                                                                                                                                 TOMMASO FONTE

martedì 2 agosto 2011

ROMINA LICCIARDI DENUNCIA LA CGIL DI RAGUSA ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA

Di seguito il testo della denuncia querela sporta da Romina Licciardi contro la CGIL di Ragusa alla Procura della Repubblica di Ragusa in data 25.7.2011

 
Ill.mo.Sig.Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Ragusa

Denuncia Querela

La sottoscritta Licciardi Romina,nata a Ragusa il 16.07.1975 e ivi residente in via Rimmaudo 2 espone quanto segue:
La sottoscritta ha lavorato alle dipendenze della CGIL Camera del lavoro territoriale di Ragusa dall'ottobre del 1998 e sino all'8 aprile del 2010,data del mio licenziamento.Il suddetto rapporto di lavoro tuttavia in principio non e' stato oggetto di ingaggio e successivamente e' stato oggetto di inquadramento deteriore;alla sottoscritta infine non e' stata corrisposta la busta paga del mese di aprile 2010 e non e' stato neppure liquidato il tfr.Per ottenere quanto di mia spettanza sono stata costretta a rivolgermi al Giudice del lavoro e infatti e' attualmente in corso un giudizio nei confronti della Cgil presso il Tribunale di Ragusa.In data 31 maggio 2011 la Cgil Camera del lavoro di Ragusa ha provveduto ad inviarmi a mezzo racc.a/r il modello Cud relativo all'anno 2010 ma con mia grande sorpresa ho riscontrato delle gravi irregolarita'.Con riferimento alla voce "redditi da lavoro dipendente" non e' indicato alcun reddito,nonostante la sottoscritta abbia regolarmente percepito le retribuzioni per i mesi di gennaio,febbraio e marzo dello stesso anno;ma vi e' di piu':alla voce TFR risulta erogato l'importo dello stesso che in realta' non e' mai stato percepito dalla sottoscritta ne' a titolo di acconto ne' a saldo.
A fronte delle anomalie suddette ho provveduto a presentare dettagliato esposto,al quale si rinvia per ulteriore approfondimento della vicenda qui riportata,alla Guardia di Finanza che ha gia' provveduto ad effettuare i relativi accertamenti al fine di applicare le prescritte sanzioni.
In considerazione del giudizio pendente tra la sottoscritta e la Cgil vertente proprio sulle somme oggetto delle indicazioni mendaci inserite dal datore di lavoro nel Cud,a mezzo del presente atto le falsita' suddette sono portate a conoscenza della S.V. Ill. ma onde appurare la loro preordinazione strumentalmente alla commissione in mio danno dei reati di truffa e appropriazione indebita delle somme asseritamente liquidate alla sottoscritta
Per tutto quanto esposto l'odierno esponente
SPORGE
QUERELA E DENUNCIA
per tutte le ipotesi di reato che la S.V. vorra' ravvisare in capo al soggetto coinvolto nei fatti sopra indicati.
Con riserva di costituzione di parte civile e salvo ogni altro diritto.
Chiede inoltre alla S.V. Ill.ma di essere avvisata,ai sensi dell'art.408 C.P.P. di ogni eventuale richiesta di archiviazione e ci si oppone fin d'ora ai sensi dell'art.459 comma 1 del C.P.P. alla definizione del procedimento a mezzo decreto penale di condanna.
Si allega copia dei documenti di cui in narrativa.
Ragusa 25.07.2011

f.to Licciardi Romina

sabato 30 luglio 2011

IL NUOVO CASO: MARIA LUISA DI BIANCO - CGIL MOLISE UFFICIO VERTENZE


Riceviamo da Maria Luisa Di Bianco una lettera che la stessa ci chiede di pubblicare sul nostro blog. L'ennesima delle diverse mail-denuncia che ci arrivano quotidianamente alla nostra mail. Alcuni non hanno ancora il coraggio di denunciare apertamente e ci chiedono di mantenere il riserbo. Altri ancora ci chiedono di aspettare l'esito delle cause già in corso vs la CGIL. Certo è che il panorama dalla postazione in cui ci troviamo, non è confortante. Il problema è che chi dovrebbe non interviene per porre fine a tutto ciò. Chi dovrebbe esercitare i controlli non lo fa' o spesso è complice di certe logiche. Intanto, sebbene si tenda a minimizzare il problema e a farci passare per un pugno di pazzi o peggio, di delinquenti che vogliono solo infangare la CGIL, a noi le mail arrivano eccome!!! E tutte con nomi cognomi e dati personali. 
Ci chiediamo: fino a quando si potrà continuare a far finta di nulla?



DI BIANCO Maria Luisa nata a Maiori, SA il 04.05.1958, residente a Campobasso 

 Dal marzo 2001 al 28 febbraio 2004 CGIL Molise Ufficio Vertenze (responsabile dell’ufficio con mansioni direttive dal 2002. Dal 01.03.2004 al 30.06.2004 Centri servizi CAF CGIL, in quanto con delibera di Segreteria CGIL si è deciso di chiudere l’ufficio, spostarmi ai centri servizi e dirmi che dopo tutto questo tempo, passato a elaborare vertenze per me non c’era posto e pertanto arrivederci e nemmeno grazie. !!!

In questo periodo passato nella confederazione e precisamente dal XIV congresso CGIL, ho rivestito l’incarico di delegata FILCAMS a rappresentanza dei tesserati pro-manibus per vertenza .
E’ doveroso dire che il lavoro svolto, non solo con competenza ma con notevole spirito di solidarietà poiché da sempre vicina a tutte le problematiche del mondo del lavoro e per il mio animo di compagna da tempi molto lontani che risalgono alla scuola superiore. Dove nel lontano 1977 partecipai insieme ad altre compagne (non senza problemi) all’occupazione dell’Istituto Tecnico Femminile, poiché la Legge Malfatti ci tolse il diritto all’insegnamento, stravolgendo l’indirizzo per il quale era nata la ns/scuola e dando il primo segno di incertezza per il ns/futuro poichè prossimi all’esame di stato e all’abilitazione all’insegnamento.  Quindi non un partito preso ma, una convinzione ideologica molto lontana negli anni, ma purtroppo i compagni secondo logiche di qualcuno, vanno presi a pesce in faccia, perché dopo quasi quattro di lavoro nella confederazione, si badi bene senza tutele, retribuita con somme irrisorie, senza regolarizzazione e quindi con periodi senza contratto o con contratti occasionali o CO.CO.CO. secondo i vertici non si può richiedere che sarebbe quasi ora che, i propri diritti vengano tutelati con un contratto di lavoro a tempo indeterminato e serio. Se si considera poi che  di vertenze ne ho curate centinaia, con centinaia di iscritti e per una piccola realtà come quella di Campobasso è importantissimo, poiché è attraverso l’ufficio vertenze che riesci a iscrivere i lavoratori e a far conoscere le tue competenze e l’abnegazione. E’ ovvio che la mia rivendicazione sia legittima, anche se si considera che la posizione contributiva è di 20 anni e che di anni ne ho 49,  perché precludere un’alternativa di lavoro che con la mia esperienza professionale prima o poi sarebbe arrivata? E invece no, le promesse di un’assunzione sono svanite con la chiusura dell’ufficio e la preclusione di un rapporto di lavoro dipendente è sfumato, proprio per la realtà di Campobasso ora chi sarebbe disposto a impiegarmi nella propria ditta, dopo che ha avuto modo di conoscermi nel bene o nel male? Mi chiedo dove sono quei valori sindacali che difendiamo tutti i giorni, dove sono nella CGIL del Molise? Solo per qualcuno!!!  Solo per gli amici, perché se sei compagno così  non dovresti comportarti, altrimenti se ne vanno a farsi benedire i bei discorsi i movimenti di piazza e gli scioperi. E perché chiudi un servizio di pronto soccorso? I lavoratori a distanza di 3 anni ancora mi cercano in C.G.I.L. e qualcuno nella struttura lascia anche informazioni dove posso essere rintracciata senza problemi anche a casa. Questa pagina è semplicemente una pagina vergognosa di sindacato.

Maria Luisa Di Bianco

venerdì 29 luglio 2011

LETTERA DEL COMPAGNO EZIO CASAGRANDA


Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera del compagno Ezio Casagranda:

Grazie della vostra solidarietà. Una solidarietà molto importante che mi è da ulteriore stimolo per continuare la lotta contro ogni precarietà,contro ogni abuso nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici e per una maggior democrazia nella Cgil.
Dopo il brutto accordo del 28 giugno dentro la Cgil si sono fortemente ristretti gli spazi di democrazia e di agibilità politica.
Sono sempre più i casi in cui la dialettica politica viene sostituita dal ricorso alle "commissioni di garanzia" con relativi provvedimenti di espulsione. Vedi il caso del compagno Osvaldo Celano delegato Fiom della Marcegalia di Milano
Quaranta anni di militanza nella Cgil non possono essere cancellati da una disposizione amministrativa con alla base motivazioni che non trovano nessun fondamento giuridico e non riescono a nascondere il loro vero obiettivo. Quello di espellere e/o marginalizzare il dissenso.
La strada per farci riconoscere i nostri diritti è lunga e difficile, ma non per questo ci prenderà lo sconforto, anzi, il ricorso alle vie amministrative rafforza in noi la convinzione che le nostre ragioni  hanno una solida base politica e sociale che questa maggioranza non riuscirà a ridurre al silenzio.
Seppur con storie e realtà diverse, oggi ci accomuna la lotta per ritornare a lavorare in Cgil, ed è per questo che ritengo la vostra solidarietà un qualcosa che va oltre, che unisce realtà diverse in una lotta comune contro le burocrazie sindacali.
Ezio