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mercoledì 11 aprile 2012

LA RISPOSTA DELLA CGIL DI RAGUSA E IL COMMENTO DI TOMMASO FONTE

Rimettiamo al giudizio dei nostri lettori la risposta che la CGIL di Ragusa ha dato agli organi di stampa locali, in merito all'accertamento ispettivo sulla posizione lavorativa di Romina Licciardi. Doveroso ci sembra inoltre pubblicare l'analisi di tale risposta fatta da Tommaso Fonte. 

CGIL di Ragusa

In riferimento a certe notizie apparse sulla stampa e alla sponsorizzazione della Confsal, la Segreteria Confederale precisa quanto segue.

Gli accertamenti dell' Ispettorato del lavoro sono tutt'altro che novità, dato che l'organismo accertatore, lungi dall'avere ancora emesso ingiunzione, sanzione o intimazione di pagamento alcuna, si è limitato a registrare (come suo preciso ed ineluttabile compito) il contenuto della denuncia presentata dalla Licciardi: niente di nuovo rispetto a quanto denunciato sin dal mese di aprile 2010, niente di nuovo rispetto a quanto dedotto in seno ai giudizi pendenti avanti il competente Giudice del Lavoro del Tribunale di Ragusa, nulla di nuovo rispetto a quanto sbandierato ai quattro venti.

In particolare su:

· “Lavoro nero dall’ottobre 1998 al Febbraio 2000”: ciò è falso in quanto il rapporto dell'ex dipendente con la Cgil non si configurava come rapporto di lavoro dipendente subordinato. Altresì, all’epoca dei fatti, chi si occupava del personale era proprio Tommaso Fonte, responsabile di organizzazione , compagno della ex dipendente.

· “Irregolare inquadramento contrattuale dall’ottobre 2002, retribuzione inferiore ai minimi contrattuali;”: strano contestare ciò oggi , quando proprio dall'ottobre 2002 la stessa ex dipendente diventò Segretaria confederale e il suo compagno Segretario generale della Cgil di Ragusa..

· “Mancata liquidazione delle indennità dovute in occasione della cessazione del rapporto di lavoro e mancata liquidazione del T.F.R”: la CGIL all’epoca dei fatti decise di sospendere il TFR compensandolo con le retribuzioni indebitamente percepite dal 1 settembre al 23 dicembre 2009, periodo in cui percepiva lo stipendio dalla CGIL e la doppia indennità dalla Regione Siciliana in quanto ancora consigliera di Pari Opportunità, pur essendo rientrata a lavorare presso la Cgil.



Quanto alla richiesta di dimissioni del Segretario Generale, proveniente dalla Confsal, è quanto meno inopportuna ed irricevibile.

Premesso, infatti, che le dimissioni del Segretario Generale possono essere richieste dal Direttivo o al massimo da ciascun singolo iscritto, non si vede come le stesse possano essere richieste dalla “concorrenza”, che nell'essere a dir poco pretenziosa al riguardo, commette l'ulteriore atto di presunzione di conoscere la verità sulla questione Licciardi.

SEGUE ANALISI DI TOMMASO FONTE

Si riapre la querelle.....e la Cgil di Ragusa va' nel pallone...
Il documento della segreteria della Cgil di Ragusa che risponde alle legittime e ovvie considerazioni del segretario della Confsal di Ragusa (che aveva chiesto le dimissioni di Avola ndr) sulla vicenda Licciardi e dell'accertamento svolto dall'ispettorato del lavoro di Ragusa, mi ha portato, al fine di sottrarmi, ancora una volta, all'improvvido tentativo della Cgil di Ragusa ed in particolare del personaggio che purtroppo la dirige, di sposare la questione su un terreno di gossip e di situazioni personali, decidendo di procedere con una nuova denuncia querela. Ma nel merito, alcune riflessioni vanno fatte, non foss' altro perche' il contenuto del documento e' allucinante proprio sul piano del merito. Innanzitutto c'e' da evidenziare la delegittimazione che la Cgil, prodomo sua, propone delle funzioni accertative demandate dalla legge all'Ispettorato del lavoro lasciando trapelare messaggi inquientanti all'opinione pubblica e quindi a tutti coloro che violano la legge e le norme sui rapporti di lavoro. In sostanza la Cgil (incredibile) dice che l'accertamento non conta nulla, e la funzione degli ispettori accertatori e' una specie di passatempo. Ovviamente cosi' non e', perche' se la Cgil fosse stata nel giusto, avrebbe nei termini previsti, gia' controdedotto all'accertamento dell'ispettorato, anziche' permettere la conclusione dell'accertamento senza replicare alcunche' e quindi dimostrando che nulla, nel merito, aveva da replicare. Ma c'e' di piu' analizzando i punti del documento:1)la Cgil dichiara che il rapporto di lavoro in nero dal 1998 al 2000 e' falso in quanto "lo stesso non si configurava come rapporto di lavoro subordinato". Mi chiedo: che cosa era allora?? Un rapporto di lavoro autonomo, parasubordinato, o cosa?Altra chicca per i padroni lanciata dalla cgil: se l'ispettorato del lavoro accerta in una azienda il lavoro nero contro il quale campagne di mobilitazione e di stampa la cgil ha sempre fatto, almeno fino a questo documento, il datore di lavoro e' legittimato a dire che"non era lavoro nero, quel rapporto non si configurava come rapporto di lavororo subordinato...sic...sic...2) sul mancato rispetto dei minimi contrattuali la Cgil ne conferma di fatto l'illegittimità e quindi l'esistenza, ma dice che nel caso in cui si contesti in ritardo cio' non e' valido...altra chicca per i padroni...Infine la chicca delle chicche: la Cgil di Ragusa individua e pubblicizza un nuovo modo per evitare di riconoscere le competenze di fine rappporto ai lavoratori: si tiene i soldi certi, liquidi ed esigibili, in quanto soldi dei lavoratori con compensazioni fantasiose, la cui legittimita' e ' tutta da accertare e dimostrare....ma intanto i soldi del lavoratore se li tengono. Padroni e padroncini di tutto il mondo unitevi, il sol dell'avvenire e' arrivato con il contributo straordinario della Cgil. Quanto alle dimissioni di Avola non commento perche' non mi interessa: quanto contenuto in questo incredibile documento Cgiellino...parla da solo...a tutta la Cgil,  ai datori di lavoro, ai lavoratori e all'intera societa'....

venerdì 6 aprile 2012

Verbale unico di accertamento Ispettorato del lavoro Ragusa vs Cgil Camera del lavoro territoriale Ragusa - Crediti da lavoro

Mentre in CGIL si discute della Riforma del mercato del lavoro e dell'Articolo 18, noi continuiamo la nostra lotta, nel vergognoso silenzio di certa stampa. Alleghiamo di seguito tutti i documenti relativi agli esiti dettagliati dell'accertamento ispettivo fatto dall'Ispettorato del Lavoro nei confronti della CGIL Camera del Lavoro di Ragusa (causa Romina Licciardi) e dai quali emerge come fino a questo momento le nostre denunce abbiano un riscontro piuttosto concreto, nonostante le dichiarazioni pubbliche di alcuni dirigenti della CGIL sia regionale (siciliana) che nazionale i quali volevano liquidare i nostri casi come <<acrimonia dettata da pretese infondate>>. [cit. test.] Nella stessa dichiarazione il Responsabile organizzazione della CGIL regionale si spingeva addirittura oltre nel caso della Licciardi, sostenendo che <<già nella vicenda di Ragusa un primo giudizio a favore del sindacato si è concluso>>. Strano visto che la prima udienza della causa di lavoro di Romina Licciardi è fissata per il prossimo 20 aprile. (A scanso di equivoci eccovi il link con le dichiarazioni integrali del Signor Ferruccio Donato http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/13-gennaio-2011/cgil-replica-comitato-licenziatiacrimonia-dettata-pretese-infondate-181248399749.shtml). E, cosa ancor più strana, non sembra affatto che le cose siano messe proprio bene per il sindacato. Nella fattispecie infatti l'ispettorato del lavoro di Ragusa (la stessa istituzione cui la Cgil si rivolge normalmente a tutela dei lavoratori al fine di accertare violazioni normative, contrattuali e crediti da lavoro) ha accertato quanto segue: 

" La Camera del lavoro di Ragusa ha occupato alle dipendenze nel periodo ottobre 1998 all'aprile 2010, in qualita' di impiegata livello C/E fino al settembre 2002 e impiegata livello C/B dall'ottobre 2002 a seguito della elezione della stessa a Segretario provinciale con delega alle politiche di genere la Sig.ra Licciardi Romina.
La stessa ha svolto le mansioni previste dall'8 livello del regolamento Cgil fino a settembre 2002, mentre dall'ottobre 2002 ha svolto le mansioni di addetta alle politiche del lavoro e alle politiche di genere.
La predetta lavoratrice a partire dal luglio 2004 e' stata posta in aspettativa non retribuita in quanto nominata dalla Cgil Consigliera di pari opportunita' per la provincia di Ragusa, mansioni che ha svolto fino all'agosto 2009 e successivamente. Terminato il periodo di aspettativa la Sig. Licciardi e' rientrata a prestare la propria attivita' presso gli uffici della Cgil lavorando per circa 10 giorni e rimanendo assente per malattia fino alla fine del mese di marzo del 2010.
Alla predetta Liccciardi, la Cgil Camera del lavoro di Ragusa ha corrisposto la retribuzione riportata sui prospetti paga alla stessa consegnati. Detta retribuzione in relazione alle mansioni svolte dalla lavoratrice risulta inferiore a quella prevista dai regolamenti delle strutture Cgil.
La differenza di retribuzione tra quella registrata, corrisposta e assoggettata a contribuzione e quella dovuta secondo i regolamenti sopra indicati, è stata quantificata in: euro 5.056 per l'anno 1998; euro 21.393 per l'anno 1999, euro 15.773 per l'anno 2000; euro 6561 per l'anno 2001, euro 8557 per l'anno 2002, euro 6716 per l'anno 2003, euo 2571 per l'anno 2004,euro 4209 per l'anno 2009; euro 6299 per l'anno 2010, per un totale di euro 77.135 al netto di rivalutazione monetaria e interessi legali. Inoltre la Cgil di Ragusa e' stata diffidata a dimostrare di avere corrisposto il trf e le indennita' dovute alla cessazione del rapporto di lavoro. In data 21 marzo 2012 l'Ispettorato del lavoro di Ragusa ha provveduto, a conclusione dell'accertamento effettuato, ad adottare a carico della Cgil Camera del lavoro di Ragusa e del responsabile pro tempore i provvedimenti di competenza per i periodi di lavoro accertati e prestati dall'ottobre 1998 all'aprile 2010. Infine in data 21.03.2012 l'Ispettorato del lavoro di Ragusa ha trasmesso copia del verbale di accertamento all'Inps per il recupero dei contributi omessi."

 Malgrado la CGIL di Ragusa, quella regionale e quella nazionale siano state avvisate del risultato ispettivo (cfr. lettera di Romina Licciardi a Susanna Camusso - segr nazionale, Mariella Maggio - segr regionale Sicilia e Giovanni Avola segr Camera del Lavoro Ragusa)  a tutt'oggi l'ex dipendente non ha avuto nessun riscontro circa i crediti da lavoro certi ed esigibili vantati e non opposti dalla Cgil di Ragusa nei termini fissati in diffida dall'Ispettorato del lavoro.

Di seguito potrete leggere tutta la documentazione originale. Non sappiamo per quanto tempo ancora questi dirigenti, che portano l'oneroso e al contempo glorioso compito di tutelare i lavoratori, possano continuare a mistificare la realtà dei fatti nel silenzio complice di troppi. Noi affidiamo al blog le nostre denunce supportate da fatti concreti e reali, documentazione incontrovertibile, nella consapevolezza che le tantissime persone che ci seguono in rete, sono consapevoli ormai di quello che sta accadendo. 








martedì 3 aprile 2012

La CGIL e l'articolo 18

Da Il Pasquino, 3 aprile 2012


 



La Cgil sembra l’ultimo baluardo rimasto a difesa di una delle basi dello statuto dei lavoratori.
La Camusso non cede di un passo…l’art.18, sui licenziamenti per motivi economici, non si tocca…quello sui motivi disciplinari sembra definitivamente abbandonato.
Passo dopo passo, accordo dopo accordo, i limiti che i lavoratori, con le loro lotte, avevano imposto alla loro controparte si sgretolano…difesi da chi quelle mura le ha già cancellate in casa propria.
Perché è proprio così…chi oggi difende l’articolo 18, in casa propria lo nega.
E’ il caso della Cgil…ma non solo della Cgil…
Le strutture sindacali, fatte di innumerevoli dipendenti e funzionari, sembrano sfuggire a quelle regole che le stesse chiedono vengano rispettate altrove.
Una contraddizione che toglie quella credibilità necessaria in un momento in cui ci sarebbe bisogno della massima trasparenza.
Importante è che regni il silenzio…e nessuno, neanche il più “libero” giornalista italiano, contravviene alle regole imposte da quelle confederazioni che dovunque siglano accordi e dettano legge.
E’ dalle fila della Cgil, però,  che vengono fuori le prime denunce per licenziamenti senza giusta causa.
Una denuncia coraggiosa, che cozza contro l’idea del sindacato che la gente si è fatta e che si scontra contro un vero e proprio molok, un totem intoccabile anche per la stessa cosiddetta informazione.
Parte dalla Sicilia, da Alma Bianco, Romina Licciardi, Alessandra Mangano e Giovanni Sapienza, che si uniscono nel comitato “licenziati dalla Cgil”…per poi espandersi…in Umbria, in Calabria, in Friuli, nel Lazio, in Puglia.
Storie di licenziamenti senza alcun motivo fondato, vere e proprie storie di licenziamenti politici, mobbing, lavoro nero.
L’ispettorato del lavoro è arrivato a denunciare la Cgil di Ragusa per “lavoro nero” e differenze retributive intimando il dovuto pagamento entro 15 giorni…pagamento ad oggi…a più di un mese dall’intimazione…ancora non corrisposto.
La Rai, trasmissione “Ultima parola” di Paragone, aveva intervistato le licenziate…aveva promesso un servizio nella propria trasmissione…una prima volta…poi anche una seconda…
Il servizio continua ad essere rimandato…non sembra mai essere il momento giusto.
Intanto chi ha perso il lavoro senza alcun serio e reale motivo continua a lottare per avere giustizia.
A giugno è attesa la sentenza per il primo ricorso presentato dalle licenziate…a maggio partiranno le altre due cause che le lavoratrici hanno intentato al sindacato.
Una lotta impari, come denuncia in una lettera a Paragone una licenziata che non vuole sia fatto il suo nome, per la difficoltà estrema che si trova nell’individuare un avvocato che perori la loro causa e per il silenzio che accompagna questa battaglia.
Una lotta che conferma quanto l’articolo 18 debba rimanere un baluardo dei diritti dei lavoratori…e non essere modificato…bensì esteso a tutte le realtà lavorative italiane.
Le violazioni sono all’ordine del giorno…i controlli non vengono effettuati…i lavoratori sono soli…ma se hanno coraggio, come stanno dimostrando i “licenziati dalla Cgil”, si possono sconfiggere tutti…basta che la legge rimanga legge e non si trasformi in sopruso.

giovedì 29 marzo 2012

Se la CGIL è libera di licenziare

Se la Cgil è libera di licenziare

28 marzo 2012 POLITICA
 
Licenziata dalla Cgil dopo che le  ripetute discriminazioni sul posto di lavoro l'avevano ridotta all'anoressia e alla depressione, costringendola a rimanere a casa per curarsi. Dopo avere ripercorso, attraverso un  atto di citazione in giudizio, la storia professionale e le angherie subite dalla signora Simona Micieli da parte della Cgil di Cosenza - a  maggio ci sarà la prima udienza davanti al giudice di lavoro - verrebbe voglia di suggerire al premier Mario Monti una nuova possibile modifica dell'articolo 18:  abolirlo per le grandi aziende e il comparto pubblico, introdurlo ex novo per i sindacati, i partiti e gli enti ecclesiastici. La storia della donna e il documento che l'Opinione ha potuto leggere si trovano entrambi sul blog dei "licenziati dalla Cgil" (licenziatidallacgil.blogspot.it).
La Cgil della Camusso e dei tanti "camussini" provinciali sparsi in tutta Italia vive della reputazione, per ora intatta, di essere il sindacato "duro e puro", per eccellenza, senza se e senza ma, dalla parte dei lavoratori.
Tranne quelli alle proprie dipendenze. Paradossalmente i migliori argomenti a favore del mantenimento in vita dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori vengono dai comportamenti con i propri dipendenti da parte dei vertici sindacali italiani, nella fattispecie della Cgil. Che, profittando invece della non applicabilità di quella norma per partiti, sindacati ed enti riferibili alla chiesa cattolica, hanno sempre dato il peggio di sé nelle vertenze con i lavoratori. Come il caso della povera signora Micieli dimostra.
L'intero sito curato dai licenziati della Cgil è un urlo contro l'ipocrisia di chi a parole si erge a paladino dei lavoratori, purché a casa degli altri. C'è la discriminata sessualmente che lascia il proprio testamento in un video, c'è chi minaccia gesti inconsulti perché censurato dai media. E c'è anche chi come la signora Simona mette a disposizione in un pdf l'intero ricorso al magistrato del lavoro di Cosenza. La Cgil ha tentato anche le strada del ricorso alla magistratura penale o civile per difendersi dalla marea di accuse di mobbing che rischiano di travolgerla. Intentando cause di diffamazione. Ma sinora senza successo.
Il 16 settembre 2011 sul portale appariva un trionfante comunicato dell'ex sindacalista Cgil Tommaso Fonte, citato per danni per ben 100 mila euro da parte del suo ex datore di lavoro, la Cgil di Ragusa. «In data 16.04.2010  la Cgil di Ragusa in persona del suo legale rappresentate Giovanni Avola - si leggeva -  mi notificava un atto di citazione con richiesta di risarcimento danni per euro 100.000  per le dichiarazioni da me rilasciate successivamente  alla mia epurazione dalla  stessa Cgil dopo 27 anni di militanza e di dirigenza e dopo essere stato, da ultimo, il segretario generale uscente della stessa Cgil di Ragusa». Risultato? Il 6 settembre 2011 il tribunale di Ragusa, giudice Vincenzo Saito «definitivamente pronunciando, disattesa ogni istanza contraria eccezione e difesa, rigetta la domanda in premessa della Cgil camera del lavoro di Ragusa in persona del suo legale rappresentante nei confronti di Fonte Tommaso e  la condanna al pagamento, in favore di quest'ultimo,  di euro 8.219,25 per spese processuali».
Il prossimo 12 maggio si celebrerà la prima udienza davanti al giudice del lavoro di Cosenza per il caso di Simona Micieli. Che nella propria memoria racconta così quasi sei anni di vessazioni: «La signora Micieli ha svolto attività lavorativa di fatto alle dipendenze della Cgil di Cosenza, presso la sede distaccata di San Marco Argentano a decorrere del 3-11-2003 espletando continuativamente il seguente orario di lavoro: dalle 8.30 alle 12.40 e dalle 15.30 alle 19.00 dal lunedì al venerdì, nonché dalle 9.00 alle 12.30 il sabato». Il contratto però era a progetto e prevedeva all'inizio 250 euro al mese a titolo di rimborso spese. E infatti gli avvocati dello studio legale di Giovanni Caglianon rilevano nella memoria che «sebbene il datore di lavoro non abbia mai inteso stipulare alcun contratto né abbia mai provveduto alla copertura assicurativa e previdenziale, previste per legge, il rapporto di lavoro si è protratto senza soluzione di continuità alle dipendenze della Cgil di Cosenza sino alla data del 31 gennaio 2008». Dopo quella data, sempre leggendo la memoria del legale della donna, la Micieli si ritrova «convocata dal coordinatore regionale del servizio Inca Cgil, Marcello Cirillo», il quale «alla presenza del direttore della sede Inca Cgil Sibari-Pollino, il signor Franco Pignataro, comunicava l'intendimento della confederazione sindacale Cgil (di Castrovillari però) di stipulare con la lavoratrice un regolare contratto di lavoro, part time». Il problema però era che la donna avrebbe anche dovuto trasferirsi, senza poter più contare sull'aiuto familiare. Inoltre, mentre lo stipendio fu effettivamente quello del part time - meno di 700 euro al mese - l'orario rimase quello di un full time. Insomma, prima uno sfruttamento da contratto da progetto per cinque anni, poi un finto part time. Nella memoria di circa 31 pagine in cui la Cgil viene citata in giudizio, con richieste risarcitorie prossime ai 300 mila euro per il danno biologico, esistenziale, morale, materiale e lavorativo, si racconta anche come la donna, di fatto intimidita dai suoi datori di lavoro, inizia ad ammalarsi di depressione e di anoressia. Così le assenze dal lavoro si intensificano, fino a dare alla Cgil il pretesto per il  licenziamento, che avviene in data 3 agosto 2009.
A quel punto alla donna non rimase che tentare la strada della causa di lavoro. Di fatto però, dato che ai sindacati l'articolo 18 non si applica, anche se "lottano" e scioperano affinché rimanga in vigore per le altre imprese e il pubblico impiego, la posizione della signora Micieli non è delle più facili. Perché se non riuscirà a dimostrare in giudizio di essere stata vessata e discriminata molto probabilmente dovrà farsene una ragione. Magari, in uno dei tanti dibattiti televisivi da talk show addomesticati della tv pubblica o privata , qualcuno alla Susanna Camusso una domandina su questi dipendenti licenziati dalla Cgil dovrà pure fargliela prima o poi. Anche perché  sono in molti a essersi stufati di questo predicare bene razzolare male. Perché, come se non bastasse, un dirigente sindacale locale della Cgil, su cui l'organizzazione nazionale della Camusso ha scaricato l'intera responsabilità anche nella memoria difensiva, è stato rinviato a giudizio per violenza privata nei confronti della signora Micieli.
di Dimitri Buffa da L'Opinione di giorno 28 marzo 2012

lunedì 26 marzo 2012

La CGIL pretende l'articolo 18 ma non per i suoi dipendenti

La Cgil pretende l'articolo 18 ma non per i suoi dipendenti

A parole difende il posto fisso, intanto lascia a casa i dipendenti anche senza giusta causa. Una legge del 1990 permette che la legge non venga applicata

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Roma - Da qualche tempo si sono messi tutti insieme e hanno aperto un sito internet, licenziatidallacgil.blogspot.it. Non è soltanto uno sfogo. La bacheca raccoglie atti giudiziari, con ricorsi e addirittura una sentenza di condanna della Cgil: la prima storica decisione di un tribunale, si sottolinea, contro il sindacato guidato da Susanna Camusso. L’ultimo documento pubblicato è il ricorso di una ex dipendente della Cgil di Cosenza, al servizio per anni a tempo pieno nonostante un contratto da part time da 670 euro (come si legge nell’atto di citazione) e poi licenziata dal sindacato.
E’ proprio su questo blog che, dalla voce degli epurati, si sottolinea il paradosso: l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori «come tutti sanno non si applica ai lavoratori della Cgil», ricorda il sindacalista che ha vinto la sua causa a Ragusa, Tommaso Fonte. È proprio così: la Cgil che minaccia lo sciopero generale contro le modifiche all’articolo 18 in realtà non è tenuta per legge a reintegrare i suoi lavoratori licenziati senza giusta causa, come invece sono obbligate a fare tutte le aziende italiane con più di 15 dipendenti. I lavoratori sindacali non sono infatti coperti dall’articolo 18. La legge che lo stabilisce è la numero 108 del 1990. Ecco cosa dice l’articolo 4: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori «non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto». Il nodo è sempre qui: quell’espressione «senza fini di lucro» dietro alla quale sono tutelate associazioni organizzazioni che tutto sono fuorché opere pie, sindacati compresi, che vantano sedi in tutto il mondo dove si svolgono consulenze non gratuite, oltre a godere di imponenti patrimoni immobiliari.
Ma quello che sconcerta è la contraddizione: i sindacati non hanno l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato senza giusta causa, tantomeno se il licenziamento è avvenuto per motivi discriminatori. La Cgil sembrerebbe quindi combattere una guerra, quella sulla sacralità dell’articolo 18, che in fondo non la riguarda per niente.
Il caso di Simona Micieli è il più recente registrato dal blog dei licenziati della Cgil: nella sua denuncia, pubblicata sul sito due giorni fa, viene sottolineato come, prima di licenziamento dopo mesi di malattia, la Cgil le aveva proposto «il versamento della somma di 70mila euro in cambio delle dimissioni e del silenzio».
Il 22 marzo il comitato dei licenziati Cgil ha invece scritto una dura condanna contro il sindacato, proprio legata alla recente battaglia sull’articolo 18: «Condividiamo pienamente e fortemente la posizione della Cgil sulla riforma del mercato del lavoro, precisamente su due punti: licenziamenti discriminatori, licenziamenti disciplinari - si legge nella lettera - Nel contempo chiediamo alla Cgil di spiegarci perché questa posizione non vale per i suoi dipendenti e i suoi licenziati. Questo è il motivo per cui non possiamo, nonostante il momento delicato, restarcene in silenzio. Non è giusto predicare bene, chiedere consensi e razzolare male».
La lista dei licenziati che hanno presentato ricorso contro il sindacato è lunga. C’è Anna Maria Dalò di Andria, licenziata dal patronato mentre era seriamente malata, poi reintegrata dopo che il suo caso arrivò al congresso nazionale di Rimini, ma poi costretta a dimettersi perchè non voleva lavorare nella stessa sede dove si era sentita umiliata, ora in causa su Tfr e pensione con la Cgil.

O c’è la storia di Romina Licciardi, licenziata dalla Cgil di Ragusa dopo dodici anni di servizio, di cui, due, denuncia, in nero, dal 1998 al 2000 e gli altri con contratto part time anche se lavorava a tempo pieno. Ha preso coraggio anche Giovanni Sapienza da Catania, e ha presentato ricorso contro la Cgil, dalla quale è stato lienziato «in tronco», scrive, dopo 18 anni di lavoro senza contributi previdenziali.

Uno dei promotori del comitato dei licenziati è appunto Tommaso Fonte, che era arrivato a diventare segretario della sede diRragusa, «epurato», come lui stesso scrive, «dopo 27 anni di militanza», denunciato dalla stessa Cgil per 100mila euro di danni per le sue dichiarazioni ritenute diffamatorie contro il sindacato e poi risultato vincitore della causa, che ha condannato la Cgil a pagargli 8200 euro di spese processuali.